I fratelli Induno

FRATELLI INDUNO

Pittori del risorgimento italiano, hanno inaugurato la “pittura di genere” nell’Ottocento.
Domenico Induno, nato a Milano nel 1815,  fratello maggiore di Gerolamo Induno, nato anch’egli a Milano nel 1825; il primo si dedica alla pittura di genere, prediligendo intense rappresentazioni della vita quotidiana e del mondo degli umili, il secondo accanto a quei soggetti, propone anche opere evocative dellÕepopea risorgimentale.

DOMENICO INDUNO

Fratello maggiore di Gerolamo, nasce a Milano il 14 maggio 1815 e comincia fin da giovane a lavorare come apprendista presso l’orafo Luigi Cossa, il quale lo convince ad iscriversi all’Accademia di Brera, essendo particolarmente dotato nell’arte del disegno.
Dal 1831 segue dapprima i corsi di Pompeo Marchesi, poi di Luigi Sabatelli e infine di Francesco Hayez; nelle sue prime opere, pi volte ufficialmente premiate,  forte lÕinflusso di Hayez: si tratta di soggetti biblici o tratti dalla storia antica nei quali inserisce risvolti patriottici (Bruto che giura di vendicare la morte di Lucrezia) o soggetti carichi di sentimento (Strage degli innocenti). Nel 1840 espone Saul unto re dal profeta Samuele, tela commissionatagli da Ferdinando I per la galleria imperiale di Vienna.
Negli anni seguenti Domenico abbandona la pittura di storia ed esegue soggetti di genere (La preghiera, Un episodio del diluvio universale) assecondando le richieste della committenza composta da personalitˆ dellÕaristocrazia milanese colta e liberale (Girolamo D’Adda, Antonio e Giulio Litta).
Per sfuggire alle repressioni austriache durante i moti milanesi del 1848 soggiorna dapprima in Svizzera ad Astano, dove sposa Emilia Trezzini, sorella del pittore Angelo, e poi nel 1850 a Firenze.
La critica del tempo apprezza sempre pi la pittura di genere inaugurata da Domenico, fatta di temi domestici o teneramente patetici, che spesso hanno per protagonisti figure di umili o derelitti.
I temi domestici e popolari divengono costanti in quegli anni nei dipinti di entrambi i fratelli Induno e vengono proposti alle Promotrici di Torino, Genova e Firenze (La questua, Il rosario, Profughi da un villaggio incendiato, I contrabbandieri, L’artista nomade).
Nel 1854 Domenico viene nominato Socio d’Arte dell’Accademia di Brera; in quell’anno espone, insieme ad altri dipinti, Pane e lagrime, acquistato dall’Hayez ed esposto l’anno successivo a Parigi, dove ottiene grande successo di pubblico e di critica.
L’apice della carriera  segnato da Al cader delle foglie, esposto nel 1859 insieme a soggetti domestici, incentrati sulle figure di donne intente a svolgere le faccende quotidiane. Dal 1860 comincia a lavorare al Bollettino di Villafranca, opera eseguita in pi versioni, una fra queste, commissionata da Vittorio Emanuele II, gli vale il titolo di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Divenuto Consigliere Accademico nel 1863, non partecipa pi alle annuali esposizioni braidensi. Di questi anni sono dipinti noti, come La scuola di sartine, Monte di pietˆ e La posa della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuele (1867), rara opera di committenza pubblica, rielaborata in pi versioni.
All’esposizione di Vienna del 1873 ottiene la Medaglia d’oro per Un dramma domestico, opera in cui denuncia la societˆ postunitaria ormai lontana dai suoi ideali; colpito da una grave malattia agli occhi, partecipa comunque allÕEsposizione Universale di Parigi nel 1878, ottenendo la Legione dÕOnore.
Muore a Milano il 5 novembre di quello stesso anno.

GEROLAMO INDUNO

Fratello minore di Domenico, nato il 13 dicembre 1825 a Milano, frequenta l’Accademia di Brera dove, dal 1839 al 1846  allievo di Luigi Sabatelli. Dal 1845 comincia a esporre alla mostra braidense le sue prime opere, studi dal vero, ritratti e una Scena dai Promessi Sposi.
Coinvolto nei moti antiaustriaci del 1848 si rifugia con il fratello ad Astano, in Svizzera, poi si trasferisce a Firenze, dove espone Interno di cucina. Qui si arruola come volontario sotto il comando del generale Giacomo Medici, con il quale partecipa alla difesa di Roma, assediata dai francesi, ed esegue numerosi schizzi e riprese dal vero.
Durante la difesa di palazzo Barberini, appena riconquistato al nemico, viene gravemente ferito; dopo essere stato curato presso i frati del Fatebenefratelli riesce a tornare a Milano, grazie alla protezione del conte Giulio Litta.
Negli anni seguenti espone a Brera opere di tema risorgimentale che ricordano gli eventi romani (Trasteverina colpita da una bomba, Porta San Pancrazio dopo lÕassedio del 1849, La difesa del Vascello), accanto a soggetti di genere, influenzato dalle tematiche care al fratello (Sciancato che suona il mandolino, La nonna, Povera madre).
Dal 1854 al 1855 partecipa alla campagna di Crimea nel corpo dei bersaglieri di Alessandro La Marmora e, in qualitˆ di pittore-soldato, esegue disegni, studi e resoconti per immagini che al ritorno in patria utilizza per quadri molto apprezzati dalla critica e dal pubblico per i sentimenti patriottici espressi (La battaglia della Cernaia, commissionato da Vittorio Emanuele II).
Nel 1855 partecipa insieme al fratello all’Esposizione Universale di Parigi dove ottiene l’ammirazione della critica; a Milano e a Firenze espone opere esemplicative della sua versatilitˆ, dal ritratto alla veduta, al tema di genere.
Arruolatosi nelle fila garibaldine si conferma definitivamente quale interprete ufficiale dell’epopea risorgimentale, sia per le tematiche di carattere ufficiale (L’imbarco a Genova del generale Giuseppe Garibaldi, La battaglia di Magenta), sia per quelle in cui il motivo patriottico declina nei modi della pittura di genere (Un grande sacrificio, La partenza del coscritto, Triste presentimento).
Negli anni Sessanta oltre a eseguire dipinti celebrativi (L’ingresso di Vittorio Emanuele II a Venezia, La morte di Enrico Cairoli a Villa Gori), partecipa anche a grandi imprese decorative, come le Allegorie di Roma e di Firenze per i nuovi ambienti della Stazione Ferroviaria di Milano e il sipario con il Giorno del plebiscito di Napoli per il teatro di Gallarate.
Alla fine del decennio il clima di inquietudine e di instabilitˆ di quel momento storico, influenza il suo modo di dipingere, che predilige soggetti di gusto neosettecentesco, molto richiesti dalla committenza, realizzati con una pennellata quasi virtuosistica.
Gli anni Settanta e Ottanta vedono la presenza delle opere di Gerolamo alle principali Esposizioni europee oltre che italiane: Vienna (1873), Napoli (1877), Parigi (1878), Torino (1880), Roma (1883), Anversa (1885), Venezia (1887), Londra (1888) con opere di vero e proprio virtuosismo pittorico come La partita a scacchi e Un amatore di antichitˆ.
Dopo una lunga malattia, muore il 19 dicembre del 1890.